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di Gino Mazzanobile & Silvio Colombo

Quando si guarda un vecchio film degli anni 20, non si può rimanere indifferenti alla vista di un curioso personaggio, che ad un certo punto, si china sotto un panno nero dietro un apparecchio ingombrante e tenta in tutti i modi di far stare in posa un soggetto che da lì a poco sarà fotografato. E’ inutile dire che tale scena oggi provoca divertimento ma anche curiosità, per tutto il lavoro che allora avveniva dietro una sola posa fotografica.

A dimostrazione di ciò, basta vedere alcune delle nostre vecchie foto di famiglia, ingiallite dall’inesorabile trascorrere del tempo che, impaginate su vecchi album della nonna, danno sfoggio di se, a testimonianza che furono realizzate proprio grazie a quegli abili pionieri della fotografia, che con i loro ingombranti cavalletti, appesantiti ancora di più dalle fotocamera da ripresa, riuscivano con metodi e modi di lavoro empirici, a creare delle vere e proprie opere d’arte.

L'appassionato dei nostri tempi, non riuscirà a trattenere un risolino sarcastico, alla vista di questi voluminosi scatoloni, buttati magari in qualche sottoscala di condominio, o esposti magari alla rinfusa in qualche bancarella d’oggetti vecchi. Non si tiene, infatti, conto che la presenza di tale materiale, rappresenta ancora oggi il duro cammino che i fotografi specializzati hanno fatto per le realizzazioni d’immagini destinate alla pubblicità, al ritratto, al paesaggio, all’architettura o anche alla semplice sperimentazione pura per tecniche sempre più raffinate e in ogni modo ancora lontane dalla tecnologia digitale.

Visto che la moderna tecnologia ha reso queste fotocamere più leggere, meno ingombranti, ed a volte superaccessoriate,il mistero che aleggia sotto il panno nero sulla testa, suscita ancora oggi molta curiosità e ammirazione di chi desidera passare il proprio tempo libero in camera oscura, evitando di affidare i beneamati negativi ai classici negozi fotografici.

Accadeva abbastanza spesso, infatti, che allo scatto della foto e al conseguente scoppio del flash della luce al magnesio, il soggetto in posa sobbalzasse per la paura. La conseguente stampa proponeva quindi un soggetto “rigido” e non rilassato e naturalmente in posa. Tale circostanza, creava sicuramente un’atmosfera comica, che era propria dell’evento, ma nella realtà, un frammento di storia fotografica nella fumata bianca del lampo di schiarita, s’incorniciava per sempre in un pezzo di pellicola: un attimo di vita appena consumato era stato catturato, e per sempre……….

Oggi, la classica immagine del fotografo, non è quella appena descritta in chiave comica. I veri professionisti, infatti, lasciano immagini affascinanti e il loro modo di lavorare, anche se può sembrare superato, non hanno sconvolto tale concetto e in altre parole quello di scrivere con la luce usando una scatola nera a tenuta, con un buco anteriore per obiettivo, uno posteriore per la pellicola e un sistema di messa a fuoco tramite un soffietto……...

TUTTE LE PIEGHE DEL SOFFIETTO

Si disegnano quattro tronchi di cono sopra un pezzo di pelle nera, con le basi uguali ai lati delle cornici. Tale progetto, consentirà un movimento dolce all’apparecchio e una volta collegate le standarde, darà a tutta la struttura anche la necessaria consistenza. All’interno e tra le pieghe, s’incolleranno poi in modo equidistante, dei listelli di compensato da un millimetro, ed infine s’incolleranno i due lembi che chiuderanno la piramide così costruita.

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Con questo non vogliamo denigrare il digitale ma anche qui c’è da studiare e chi crede di prendere in mano una fotocamera di nuova generazione e iniziare a scattare pretendendo foto qualitativamente elevate, ha ancora tanta strada da fare…….
Rimanendo quindi sul “tradizionale”, ci sono fotocamere diverse sia per concezione che per formato di pellicola impiegato. In questo caso parliamo di “banco ottico” e macchine pieghevoli, chiamate “ folding”.

Visto l’impiego prettamente professionale, il loro costo è assai elevato e il reale valore delle stesse resta quindi nel tempo comprensibilmente alto. Le immagini che però si ottengono, giustificano ampiamente le cifre spese e il risultato delle stesse è sempre concretamente superbo.

Ho così provato a costruire con il solito amico Silvio e con pochi mezzi a disposizione, un apparecchio folding.

L’esperimento si è rivelato fin da subito valido e ne sono prova, le lastre 13x18 usate per il formato da noi scelto per la stesura di quest’ articolo.

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CALCOLO PER TROVARE LA GIUSTA FOCALE

Sappiamo che ad un obiettivo grandangolare da 24mm per il piccolo formato corrisponde nel formato 4x5”, una focale di circa 90mm.
Supponiamo che il formato di pellicola come nel nostro caso è 5x7”( pollici ) quindi 13/18, basterà elevare al quadrato il 5 ed il 7.
Dalla somma dei quadrati che è 74, si calcolerà la radice quadrata, ed il risultato 8,6 si moltiplicherà per 25 .mm che è approssimativamente la misura di un pollice.
25+49)=74
Radice quadrata di 74= 8,6x 2,5= 215.
Un obiettivo da 480 mm nel formato 24x36 è già un tele spinto, ma nel grande formato è considerato un moderato teleobiettivo.

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MOVIMENTI DELLA FOTOCAMERA

Sia con il banco ottico che con la folding - per non decentrare il dorso porta pellicola -, siamo liberi dalla schiavitù del 35mm, dove l’obiettivo è fisso rispetto al piano della pellicola stessa. Infatti, con il grande formato, sia il piano porta ottica che il dorso - nel caso del banco ottico -, si muovono in direzioni diverse. Le due parti sono libere e si possono spostare in tutte le direzioni e pur rimanendo in posizione parallela, ogni parte può ruotare avanti e indietro lungo il proprio asse, sia in orizzontale che in verticale.

A titolo informativo riportiamo di seguito alcuni movimenti eseguibili con il grande formato:

assetto standard..

decentramento verticale in alto e in basso piastra porta ottica.

decentramento del dorso (solo nel banco ottico).

basculaggio orizzontale del dorso.

basculaggio verticale del dorso.

basculaggio orizzontale dell’obiettivo.

basculaggio verticale dell’obiettivo.

 

COSTRUZIONE STANDARDE

Rifacendoci alle vecchie realizzazioni d’epoca, riteniamo che il legno è il materiale più adatto per la costruzione delle standarde e nel caso specifico, abbiamo usato un comune compensato marino.
L’alluminio si è prestato benissimo nella realizzazione dei leveraggi e scorrimenti di cui la struttura necessita.

La misura della standarda anteriore è cm 13 per 11 per 3.
Nei punti medi dei lati verticali – come da fotografia -, attraverso appositi fori, si sono collegati i meccanismi in alluminio che permettono la mobilità della stessa.

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Forata poi la piastra porta ottica, della misura uguale all’obiettivo, s’incolla alla standarda appena descritta.

Per la costruzione della standarda posteriore, di dimensione cm 25 per 19 per 3, abbiamo eseguito le operazioni d’incollatura avendo cura di facilitare con semplici giochi, dei piccoli movimenti di basculaggio.

Al fine poi di avere tutto in asse nel senso della larghezza, adagiata alla standarda posteriore, una cornice mobile conterrà l’intelaiatura del vetro smerigliato e il porta chassis per la pellicola. Inquadrato il soggetto da riprendere sul vetro smerigliato e ottenuta la necessaria messa a fuoco, basterà far scorrere tale sistema ed al posto del vetro smerigliato collimerà perfettamente lo chassis porta pellicola .

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COME SI FOTOGRAFA

Fotografare a mano libera è impensabile, soprattutto per il peso, l’ingombro, il tempo d’otturazione e il diaframma, che per questo tipo di riprese normalmente ha valori piuttosto chiusi.

La nostra fotocamera, tenuta in bolla, deve essere fissata al treppiede . Si lascia quindi aperto l’otturatore e l’obiettivo, in modo che la luce che lo attraversa sia convogliata dentro il soffietto che a sua volta, la proietta sul vetro smerigliato e crea un’immagine capovolta e dai lati invertiti.

A questo punto chinandoci sotto il famoso panno nero, vedremo l’immagine sulla superficie del vetro e muovendo le due standarde unite dal soffietto, si riuscirà a mettere a fuoco agevolmente fino alla completa nitidezza dell’immagine.

Fatto questo, si chiude l’otturatore e si sceglie l’apertura del diaframma e, avendo anticipatamente caricato al buio lo chassis porta pellicola, lo inseriremo nel dorso della fotocamera al posto del vetro smerigliato. Basterà quindi far scorrere il volè che protegge la pellicola e pigiare il pulsante di scatto. Avremo così ottenuto l’esposizione della pellicola o eventualmente del foglio di carta comune da stampa per i primi esperimenti. Facile no?

Meno facile ma intuibile è la percezione di un controllo totale su ciò che si riprende, tagliando dall’inquadratura le parti superflue. Si registreranno anche gli scarti nei valori tonali dell’immagine. La luce catturata dall’obiettivo sulla pellicola forma un cono luminoso dove l’immagine rotonda, presenta una perdita di nitidezza e di luminosità verso i bordi.

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E’ bene sapere che, di questo cerchio luminoso si utilizzerà solo la porzione corrispondente al formato immagine. Dovremo quindi fare uso per il formato ricercato nel nostro caso 13x18, la giusta focale.

L’obiettivo adoperato per ottenere le immagini presenti nell’articolo è un vecchio ma ancor valido “COMPUR 180 mm 4,5 con valore di diaframma minimo f/32.

Lasciamo infine il compito di “parlare” solo a chi osserva le nostre “immagini” in chiave corretta e propositiva - a prescindere quindi dalla tecnica o apparecchiatura fotografica utilizzata -, in quanto solo attraverso tali immagini, si riesce a comunicare ai posteri grandi emozioni, che da sempre la fotografia stessa ha fatto sorgere in ognuno di noi, descrivendo anche minuziosamente attimi e sensazioni vissuti nel passato e dei quali la sua testimonianza ha da sempre reso giusta memoria.

Chi avesse bisogno di delucidazioni ulteriori può; rivolgersi direttamente a Gino Mazzanobile scrivendogli all'indirizzo e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Pubblicato su "Il fotografo" nel mese di Giugno 2005